Il confronto tra gioco e giocatore (BJ)
Meritevole di analisi è sicuramente la relazione che si instaura tra il giocatore e il gioco, e con essa le svariate situazioni che si producono al tavolo o nelle vicinanze.
Occorre innanzitutto distinguere tra il giocatore neofita e quello già
esperto; e giova considerare anche di quale tipo di esperienza si tratta.
Ben diversa è la situazione vissuta al tavolo da un vecchio giocatore
di Roulette, rispetto a quella di un sia pur incallito giocatore d'azzardo
che però abbia praticato giochi di altro genere.
Cominciamo dal neofita: Quante volte ci siamo scoperti ad osservare al
tavolo la giovane coppia di sposini in luna di miele che, alla ricerca
di emozioni forti e di qualcosa da ricordare, entrano al Casinò
e, completamente ignari dei rischi che corrono, si avvicinano ardenti
d'entusiasmo alla magica ruota. E chi non ha mai osservato la compagna
del grande giocatore di Chemin che, stanca di assistere alle sofFerenze
del marito, prende alcuni gettoni dalla sua tasca, si reca al tavolo e,
col candore tipico di chi non conosce nemmeno le regole base, stupisce
tutti i presenti con varie vincite consecutive, regolarmente accompagnate
da vagiti di gioia infantile. Interessante è il giovanissimo diciottenne,
probabilmente il miglior giocatore del suo bar di periferia, spesso studente
valido (ma non "secchione"): Egli entra con l'animo carico di
speranze e un coraggio pari soltanto alla sua incoscienza, e combatte
una battaglia provata sul tavolo di casa chissà quante volte con
la pervicace convinzione che i propri calcoli teorici debbano senza fallo
verificarsi. Il suo stupore è grande nel momento, inevitabile,
in cui subisce la caduta del suo schema e una perdita pecuniaria che il
puù delle volte non può sopportare senza danni.
Se la tempra di un giocatore esperto si giudica da come sopporta le perdite,
il carattere di un neofita si giudica sicuramente da come regge il peso
delle proprie puntate, prima del loro esito: infatti, una volta emesso
il verdetto, il giocatore si tranquillizza, mentre nel momento in cui
appoggia la puntata sul tavolo e nei momenti successivi, in cui tutti
gli altri giocatori muovono all'impazzata mani e gettoni intorno alla
puntata stessa, il suo volto manifesta il travaglio che egli sta vivendo.
Qualcuno ha paragonato il gioco d'azzardo a una droga: Se è lecito
il paragone, allora si potrà di sicuro dire che il gioco è
un tipo di droga che dà assuefazione: infatti l'effetto di una
piccola dose (una puntata leggera) è dirompente nel giocatore neofita,
ma tende a diminuire man mano che la dose viene assunta, sino a diventare
insignificante: a quel punto la dose deve necessariamente essere aumentata
se si vuole mantenere lo stesso effetto, e il giocatore si trova trascinato
a effettuare puntate molto più alte di quanto desiderava all'inizio,
senza poter più tornare indietro, se non facendo uso di terapie
d'urto
Il gioco, analogamente alla droga, produce anche dipendenza psicologica:
se una persona gioca da molto tempo non crede di poterne fare a meno,
se non a prezzo di grandi sacrifici. Questa convinzione è così
radicata da indurre molti giocatori a non tentare neppure di smettere,
o di regolamentare il proprio gioco, in quanto non lo ritengono possibile.
Esiste poi l'esperto giocatore d'azzardo che, dopo una vita passata nei
bar di provincia e mille battaglie nelle quali si è forgiato il
carattere e il coraggio che lo hanno reso famoso, un giorno decide di
allargare i suoi orizzonti e si avvicina al grande giro dei Casinò
e alla Fortezza. Il suo primo impatto con il grande mondo, per tanto tempo
immaginato e sognato, è sicuramente una cosa che non dimenticherà
mai, con tutti quei soldi che in modo così rapido cambiano proprietario,
e con la disinvoltura disarmante dei croupiers nel momento in cui pagano
o rastrellano somme astronomiche giocate in pochi secondi, somme che nel
suo bar non vengono movimentate nemmeno in un anno. Una cosa che colpisce
questo tipo di giocatore è l'inconsistenza, a livello psicologico,
del gettone rispetto al valore che esso rappresenta: di fatto, se occorresse
depositare sul tavolo le banconote anzichè questi anonimi pezzi
di plastica decorata, gli importi delle giocate sarebbero di gran lunga
inFeriori, poichè il giocatore, al momento di separarsi dalle banconote,
sarebbe istintivamente trattenuto, cosa che non accade per il gettone.
Il nostro amico guarda con stupore i giocatori più esperti annunciare
con parole misteriose combinazioni complicate e, al suo scarso vedere,
ingiustificate, finalmente prende coraggio e, con fare incerto, gioca
i primi gettoni: la sua grande avventura è cominciata.
Ben diverso è l'atteggiamento del giocatore esperto del gioco della
Roulette, ma non per questo meno suggestivo. Costui è un profondo
conoscitore delle regole e delle combinazioni possibili al tavolo, e quasi
sempre ha una profonda venerazione per alcune di esse, attribuendo loro
particolari poteri che le rendono superiori a tutte le altre. Si tratta
in effetti di una vera e propria fede. Il giocatore crede nel tal numero,
nella serie, o magari nelle figure che via via si producono, e vi insiste
senza poter concepire alcuna contraddizione. Alcuni credono che sia opportuno
giocare solo quando la pallina è già in movimento, e si
affannano producendo scompiglio nelle puntate, e un gran lavoro per i
croupiers. Altri giocano contemporaneamente su due tavoli e spesso vengono
richiamati dai croupiers per ritirare le vincite, sempre se qualche disonesto
molto svelto di riflessi non le ha nel frattempo rubate.
Esiste comunque un vero rapporto tra il giocatore e la Roulette, un vero
e proprio feeling, a volte positivo e a volte negativo. L'esperto considera
la Roulette come un avversario vivente, con emozioni analoghe alle proprie,
con la capacità di percepire gli sbalzi emotivi e umorali, e i
momenti di fortuna o di disgrazia; le migliaia di ore passate al tavolo
impediscono al cervello del nostro amico un'analisi obiettiva e disincantata,
e il suo pensiero indulge all'imponderabile e al soprannaturale. Eccezionale
è poi la carica di superstizioni e di scaramanzie a cui questo
giocatore è continuamente sottoposto: non gli rivolgete mai la
parola mentre sta perdendo se non volete sentirvi attribuire la colpa
delle sue sfortune, e non scambiate mai i vostri gettoni con i suoi, poichè
questo innocuo gesto lo terrorizzerebbe oltre misura.
Nei peggiori momenti l'esperto odia a morte la Roulette, che si ostina
a negargli le combinazioni volute, e manifesta questo sentimento con parole,
gesti, a volte urla, che non si spiegano in nessun modo se non con il
fatto che il giocatore è convinto che la Roulette possa percepirli
e subirne l'influsso, o esserne turbata.
Ma è veramente indominabile il gioco, o tutto questo deriva dalle
nostre debolezze di uomini?
Molte persone ritengono, secondo me a torto, che il dominio del gioco
sull'uomo o dell'uomo sul gioco dipenda unicamente dalle possibilità
finanziarie del giocatore: se cioè il giocatore è abbastanza
ricco da sopportare la perdita avrà il dominio sul proprio gioco,
se al contrario la perdita sarà tale da danneggiare il tenore di
vita del giocatore, allora questi sarà dominato dal gioco. Ritengo
profondamente impropria e incompleta questa analisi: non si vuole qui
negare l'importanza di "quanto uno possa perdere", ma la conoscenza
dei giocatori mi ha portato a concludere che veramente pochi sono coloro
che mantengono freddezza, responsabilità e consapevolezza di sé
e delle proprie possibilità nei momenti difficili; in tali momenti
il giocatore tende a essere trascinato nel gioco con la speranza di rifarsi,
e si dimentica completamente del proprio status economico. I freni che
trattengono il giocatore dal baratro sono di indole caratteriale e culturale,
e non basati sulla quantità di ricchezza che egli possiede.
La lotta per il dominio viene quindi decisa dalle caratteristiche del
giocatore, mentre la macchina è sempre uguale a sé stessa.
Se il giocatore assomma in sé tutte le doti caratteriali necessarie
per conservare, sempre e comunque, il controllo delle proprie azioni e
del proprio cervello, allora dominerà il proprio gioco; se al contrario
queste doti gli difettano, allora ne sarà dominato. Al lettore
non sfugga l'analogia evidente di questa situazione con quelle quotidiane
nelle quali tutti noi viviamo: lo stesso divenire della vita è
tale per cui o lo domini o ne sei dominato.
BJ

